Il blog personale di Tommaso Baldovino, Web Designer a Firenze.

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Bora Bora, Polinesia francese

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Siamo arrivati a Bora Bora direttamente da Huahine, la prima isola che abbiamo visitato in Polinesia. Lo spostamento non può essere definito viaggio: l’aeroporto di Huahine non aveva metal detector, c’erano solo un paio di banchi per il check in e un solo gate. Le valigie venivano prese da dipendenti a torso nudo e in ciabatte, ed i voli sono paragonabili a bus cittadini: spesso fanno più fermate sulle varie isole. Noi siamo scesi a Bora Bora e c’era gente diretta a Papeete che rimaneva a bordo.

All’arrivo l’isola si è presentata in tutta la sua bellezza: molto più grande di Huahine, con il monte Otemanu (727 metri) che domina l’atollo, ed un’acqua incredibilmente azzurra intorno a noi. Siamo riusciti a vederla così bene perché l’aeroporto di Bora Bora si trova su un motu: una lingua di sabbia separata dal corpo centrale dell’isola. Il trasferimento agli hotel infatti non avviene via terra, ma via mare: noi eravamo al Sofitel, ed in circa 25 minuti siamo arrivati a destinazione.

L’accoglienza è stata degna dello spettacolo visto fino a quel momento: collane di fiori e saluti, con un uomo che soffiando dentro una grossa conchiglia annunciava l’attracco della barca. Nei giorni seguenti abbiamo imparato a riconoscere quel suono, che segnalava ogni nave in arrivo con nuovi turisti, o più tristemente la partenza di qualcuno.

Il Resort è davvero un sogno: non saprei da dove iniziare a descriverne le meraviglie. Bungalow accoglienti e spaziosi, sia sul giardino che affacciati sulla spiaggia, oltre agli immancabili over water. Ristorante a bordo piscina e bar munito di biliardo a disposizione degli ospiti dell’hotel. La piscina? Non enorme, ma direttamente affacciata sul mare, con l’effetto “infinity” dell’acqua che scivola oltre il bordo.

Tutto questo fa parte del Sofitel Marara Beach, dove alloggiavamo. Per chi cerca atmosfere ancor più da sogno c’è la Private island: un’isola a poca distanza dall’hotel principale con diversi bungalow dove poter alloggiare, e tavoli dove poter cenare direttamente sulla spiaggia.

Passando alle attività possibili, noi abbiamo trascorso il primo giorno sulla spiaggia dell’hotel facendo snorkeling, ma la varietà di coralli e di pesci vicino alla riva non era all’altezza di quelli visti a Huahine. Nei giorni seguenti ci siamo resi ancora meglio conto di come Marara Beach non fosse il massimo.
Nel pomeriggio però siamo andati alla spiaggia pubblica, che si trova a una decina di minuti a piedi dal Resort, vedendo lungo la strada numerosi ristoranti e anche un piccolo supermercato.
La spiaggia, Matira Beach, è davvero bella ed è praticamente deserta durante la settimana: sabbia bianca e mare cristallino, che in quella parte di Bora Bora non arriva mai a grandi profondità, collegando la spiaggia alla barriera corallina. Con il sole che abbaglia è praticamente impossibile restare all’asciutto a lungo: noi abbiamo passato buona parte del tempo in mare, in compagnia di qualche turista ed alcuni abitanti del posto, visto che era domenica.

Il giorno seguente siamo andati a Vaitape, l’unico agglomerato di case a Bora Bora che potrebbe essere definito paese. In realtà si tratta di ben poche abitazioni e molti negozi destinati ai turisti: un supermercato, una banca, svariati negozi di souvenir e artigianato locale, ed almeno 7-8 negozi di perle.
Il paese non ha molto altro da offrire, quindi in un paio d’ore abbiamo visto tranquillamente tutto quello che ci interessava e siamo tornati dalle parti del Resort.

L’ultima escursione, il giorno prima della partenza, è stata forse la più bella: abbiamo fatto l’Eco Tour del Sofitel, con partenza alle 9 dal pontile dell’albergo e ritorno verso l’una. Mezza giornata in barca tra pesci di tutti i tipi, razze e squali, lungo la barriera corallina.
La prima fermata è stata ai Coral Gardens: una zona protetta dedicata alla ripopolazione dei coralli. La Polinesia infatti nel 2010 è stata colpita da un ciclone che ha distrutto buona parte dei coralli. In realtà qui ci hanno detto che già prima l’atollo aveva sofferto a causa di una forte bassa marea, che non faceva superare all’oceano la barriera corallina: in questo modo l’acqua all’interno è diminuita sempre più, e quella rimanente si è scaldata eccessivamente destinando i coralli ad una morte prematura. Ora stanno quindi ripopolando la zona, ma è un’attività che richiede tempo. Nella zona dei Coral Gardens abbiamo visto pesci di tutti i tipi, in un’acqua limpidissima profonda circa 3-4 metri. Abbiamo anche visto una murena, che la nostra guida ha attirato col cibo per mostrarcela.
La seconda tappa è stata in una zona di acqua bassa (nemmeno un metro) per vedere le razze. Erano molto più grandi di quelle viste in Australia, e ci siamo divertiti ad accarezzarle: il dorso è viscido mentre la coda è ruvida e quasi abrasiva; pensavamo fossero pericolose, ma ci è stato detto che hanno rimosso il pungiglione finale a praticamente tutte le razze incontrate. La cosa non è esattamente simpatica (almeno dal punto di vista delle razze), ma a quanto pare vincono le esigenze del turismo.
In mezzo alle razze abbiamo anche visto qualche piccolo squalo, che abbiamo poi potuto ammirare meglio nella terza tappa: siamo usciti all’esterno della barriera corallina per dare da mangiare agli squali e nuotarci in mezzo, incredibile ma vero!
Da queste parti ci sono due tipi di squali: i reef shark, più piccoli (1-2 metri) che nuotano quasi a pelo d’acqua, ed i lemon shark, che stanno oltre i 3-4 metri di profondità e sono molto più grandi. Visto che non eravamo soli ci siamo fidati e siamo scesi in acqua: l’idea non era esattamente rassicurante, ma nuotarci in mezzo è stato un’esperienza unica. Peccato fosse rimasta solo l’ultima foto della macchina fotografica subacquea, spero almeno quella sia venuta bene, con un lemon shark che nuotava 3-4 metri sotto di me accompagnato da vari pesci più piccoli che gli stavano attaccati alle pinne.

Tornati all’hotel nel pomeriggio dopo una quarta fermata in un’isoletta per fare qualche foto, abbiamo chiuso il nostro ultimo giorno a Bora Bora con uno spettacolo polinesiano a cena. Canti locali accompagnati dall’ukulele, e vari regali ricevuti, come corone di fiori e borse ricavate intrecciando foglie di palma.

Questa è stata la fine della nostra vacanza a Bora Bora e anche del nostro viaggio. Ora, o meglio domani, ci aspetta un lungo percorso di ritorno che ci porterà da Bora Bora a Papeete, e poi da lì a Los Angeles, verso Londra e infine a Roma. A quel punto se avremo la forza di prendere l’ultimo treno torneremo a Firenze, dopo circa due giorni di viaggio.

I post dedicati a questo viaggio comunque non finiscono qui. Ho intenzione di rivedere tutto quello che ho scritto una volta tornato a casa, anche aggiungendo le foto. Aspettatevi anche un post riassuntivo, con una raccolta di consigli pronti all’uso se vorrete visitare le stesse nostre mete.

A presto!

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3 commenti a “Bora Bora, Polinesia francese”

  1. Grandissimo Tom, davvero un bel viaggio: intensamente vissuto e descritto.
    Mi auguro che questo sia il tuo ultimo viaggio… di nozze, intendo! :-p
    Buon ritorno a Firenze, a presto!

  2. Grazie, Tommy, di averci portati con te in questa meravigliosa esperienza…mi hai fatta sognare un po’!!

  3. Grazie ragazzi, sono contento che qualcuno abbia seguito il diario di viaggio e che vi sia piaciuto!
    È stata un’esperienza unica, passerà un bel po’ di tempo prima di poter scappare nuovamente per un mese intero in giro per il mondo.

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